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La Rosa svela la mafia in una città insospettabile

Estorsioni, appalti, controllo del territorio. Lontana dai clamori mediatici e dai più eclatanti fatti di sangue, Cosa Nostra messinese è stata considerata a lungo un fenomeno minore, innocuo e del quale dubitare. Eppure la mafia messinese ha rappresentato e continua a rappresentare un tassello di primo piano all’interno delle dinamiche mafiose siciliane, capace di tessere e reggere le fila di progetti criminali di altissimo livello. Evoluzioni e dinamiche che sono sapientemente analizzate da Marcello La Rosa, criminologo ed esperto di mafia, nel libro “Il fenomeno mafioso. Il caso Messina”, presentato questa mattina nel corso di una conferenza stampa nella sede di Addiopizzo.
L’opera di La Rosa, attraverso la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, guarda in faccia la mafia messinese portando alla luce interessi e traffici illeciti dell’organizzazione criminale, soffermandosi ad analizzare un arco temporale che abbraccia oltre un decennio, dal 1982 al 1994. Una presenza criminale fatta di gesti apparentemente insignificanti, con i quali i clan messinesi tengono sotto scacco il tessuto economico cittadino.
«Ho scelto di soffermarmi sulle evoluzioni della mafia messinese a partire dal 1982 non a caso – ha esordito La Rosa – nel corso di quell’anno ci sono stati due omicidi eccellenti, quello con del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e quello del segretario regionale del Pci Pio La Torre, assassini in seguito ai quali verrà introdotto nel nostro ordinamento giuridico il reato di associazione mafiosa, il 416 bis. Anni cruciali nella storia delle cosche messinesi, dinamiche che nel 1994 sfoceranno, anche in seguito alla ferma risposta dello Stato dopo gli eventi stragisti del ’92, nel pentimento di massa di molti boss locali sino ad allora latitanti. La mafia messinese è stata considerata a lungo ed a torto un’organizzazione minore o meno sanguinaria, solo perché, a differenza di quella catanese o palermitana, ha avuto meno risalto e visibilità da parte degli organi di informazione».
Tra le attività illecite “preferite” da Cosa Nostra messinese, per l’approvvigionamento di denaro, primeggiano le estorsioni. «Il radicamento delle famiglie mafiose sul territorio messinese – ha spiegato l’autore de “Il caso Messina” – si manifesta attraverso la creazione di un rapporto fiduciario tra referente di zona ed esercenti, rapporto che in taluni casi si concretizza in gesti apparentemente innocui come semplici donazioni di pane, dolci, generi alimentari. Gesti attraverso i quali – ha evidenziato La Rosa – la mafia lancia un’importante messaggio all’esterno: pagare poco, pagare tutti con quello che si ha. Attraverso queste estorsioni la mafia non finanzia solo i propri affari, ma sostiene le famiglie mafiose in difficoltà, alimentando così il falso mito del boss benefattore».
Nel descrivere Cosa Nostra messinese, quasi del tutto ignorata dalla letteratura specializzata perché ritenuta marginale rispetto ad altre realtà criminali, il libro di La Rosa ne sottolinea la salda e radicata esistenza nei costumi della città dello Stretto: «Una presenza testimoniata dagli innumerevoli coinvolgimenti col notabilato cittadino – spiega – circostanza che ha di fatto contribuito a far crescere il “modello Messina”, elevandolo, a causa delle combine col mondo della politica e delle istituzioni, un gradino sopra rispetto a quanto strutturato nel territorio circostante».
La simbologia mafiosa però negli anni non è cambiata e le radici di Cosa Nostra, nonostante il suo debutto nel mondo degli affari, affondano ancora nella tradizionale affiliazione di nuovi adepti. Riti di iniziazione che, come raccontato da Marcello La Rosa, attraverso le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, in passato si svolgevano anche all’interno del carcere: «Da Gazzi i boss continuavano a comandare addirittura dentro la struttura carceraria entravano liberamente droga, alcol ed armi».
Le cosche messinesi hanno negli anni ampliato il proprio raggio di azione, tessendo rapporti non solo con le famiglie del palermitano e del catanese ma anche con le ’ndrine reggine: «Il rapporto con la ’ndragheta – sottolinea La Rosa – non è di sudditanza o dipendenza, al contrario, si tratta di una forma di collaborazione che abbraccia tanto l’approvvigionamento di uomini quanto quello di mezzi e strumenti».
A margine della presentazione del libro di La Rosa, Marisa Collorà e Cinzia Rodi, esponenti del comitato Addiopizzo, hanno ricordato l’importanza di una profonda conoscenza del fenomeno mafioso come strumento privilegiato attraverso il quale opporsi alle logiche dello strapotere di Cosa Nostra: «Siamo portavoce di una rivoluzione culturale che si è posta un obiettivo: lottare contro la criminalità organizzata e diffondere conoscenza e consapevolezza che il fenomeno mafioso esiste, anche nella nostra città. L’iniziativa – hanno spiegato le due esponenti di Addiopizzo – è stata fortemente voluta dal nostro comitato. Il libro parla di una realtà criminale ai più sconosciuta, taciuta ed ambigua, una mafia che si differenzia da quella catanese e palermitana ma che opera con eguale pericolosità sul nostro territorio».

Emma De Maria


 
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