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Questo lavoro di ricerca nasce dall’evidente lacuna bibliografica nel settore della criminalistica, totalmente carente di approfondimenti storico-mafiosi sulla città peloritana. In particolare intende soffermarsi sul caso Messina, trascurato nella letteratura specializzata sulle analisi del fenomeno mafioso, poiché ritenuta impropriamente e superficialmente una realtà marginale rispetto ad altre presenti nel Meridione d’Italia.
Obiettivamente la mafia nella tranquilla città di Messina è da sempre ben radicata nelle tradizioni e nei costumi, innumerevoli sono i coinvolgimenti col notabilato della città dello stretto, tanto da ritenere che il modello Messina, a causa delle combine col mondo della politica e delle istituzioni, sia addirittura per spessore ed organizzazione un gradino sopra rispetto al territorio circostante, abituato al modello televisivo  del mafioso coppola e lupara.
Il presente lavoro si articola in due grandi tronconi, nella prima parte viene sviluppata una ricostruzione storico-criminale della situazione messinese attraverso i punti cruciali della sua evoluzione, dalla nascita delle associazioni mafiose fino al momento in cui avviene lo scoppio del fenomeno dei pentiti, cioè dal 1982 al 1994; nella seconda, invece, si presentano alcune linee interpretative delle dinamiche e degli episodi caratterizzanti il fenomeno mafioso messinese, analizzando le modalità di gestione e controllo del territorio e gli infiniti interessi dei clan.
Questa ricerca ricostruisce le condizioni in cui si svilupparono tutti gli episodi più eclatanti del fenomeno mafioso messinese dal punto di vista storico, partendo appunto dal lontano 1982, anno in cui è stato introdotto nell'ordinamento italiano il reato di cui all'art. 416bis (associazione a delinquere di stampo mafioso). Come si ricorderà, quel provvedimento era la risposta dello Stato in seguito all'attentato del generale Dalla Chiesa, allora prefetto di Palermo, che evidenziando l’isolamento degli uomini delle istituzioni e colpendo con sdegno la coscienza civile, chiese indirettamente un forte e celere intervento dell'azione istituzionale statale, che si sviluppò con l'emanazione della nuova normativa antimafia in soli venti giorni.
L'attenzione di questa analisi, inoltre, è posta nello studio dei fattori che hanno portato alla costituzione delle consorterie criminali nel sud Italia, attraverso uno sviluppo complesso della coscienza comune che sfocia, a causa di un diffuso senso di abbandono istituzionale, nella creazione e nell'accettazione dei gruppi mafiosi.
Questo processo affonda le sue radici in quel tessuto sociale di tipo periferico popolare rispondente nella realtà messinese ai quartieri di Giostra, Cep, Gravitelli, Bordonaro e Camaro, che sono la culla delle varie bande criminali cittadine.
Il mondo dell’omertà e della paura, radicato in modo inconsapevole dentro la personalità dei cittadini meridionali, si trasmette con la semplice osservazione, col semplice percepire che tende a conformare ed educare, sulla base di una mentalità vissuta inconsciamente all’interno di una spirale ideologica nella quale i singoli membri di una comunità, benché non affiliati, sono inseriti sin dalla nascita e quindi costretti a metabolizzarli involontariamente.
Nella parte iniziale si chiarisce la differenza “chiave” tra le due più famose organizzazioni italiane, che sostanzialmente, si concentra sul diverso modulo organizzativo-familiare. L’organizzazione siciliana si può definire complessa e pone alla base le famiglie, non necessariamente coincidenti con le famiglie di sangue; l’affiliazione va oltre il quadro parentale e il ruolo di comando non è ereditario, anche se spesso si è in presenza di vere e proprie dinastie. La ‘ndrangheta, invece, a livello strutturale ha un organico numericamente ridotto rispetto a Cosa Nostra e si basa prettamente sulla struttura familiare vera e propria. Uno dei punti di forza della ‘ndrangheta, è quello della famiglia naturale del capobastone, che è l’asse portante attorno a cui ruota la struttura interna della ‘ndrina.
La ‘ndrina a base familiare è il segreto del successo della ‘ndrangheta sul piano criminale e della sua forza attuale di fronte a tutte le altre formazioni mafiose. Questo spiega, anche, perché ci sono pochissimi collaboratori di giustizia e poche informazioni sui clan calabresi.
La Mafia Peloritana non è altro che un restyling del modello calabro, da cui importa lo stile, la struttura e da cui eredita perfino i riti e le qualifiche.
In entrambi i sistemi, l’ammissione avveniva ed avviene attraverso un rito d’iniziazione che prevede la presentazione del candidato da parte di un membro anziano dell’associazione, la stessa si conclude col classico taglio a un dito, cosiddetta “punciuta”, fino a far versare qualche goccia di sangue su un’immaginetta sacra che viene bruciata tra le mani dell’affiliato, mentre viene pronunciata la formula del giuramento.
Oggi, però, grazie alla collaborazione di pressoché tutti gli attori delle attività criminali messinesi, è possibile ricostruire dettagliatamente a livello storiografico tutti i gravi fatti di cronaca accaduti nel capoluogo peloritano.
La storia mafiosa della città di Messina è caratterizzata da alcuni eventi spartiacque che delimitano e modificano morfologicamente la mappa criminale del sistema Messina. Questo percorso comincia con la guerra fra i clan Costa e Cariolo, seguita dal disgregamento del primo e dalla nascita di altri gruppi malavitosi; segue poi uno scontro lungo e sanguinoso fra i clan cittadini per la supremazia e il controllo del territorio intervallato da alcune guerre intestine, conclusosi soltanto con il fenomeno dei pentiti, che ha reso tutti, incredibilmente, esenti da responsabilità.
La prima sentenza sui reati associativi messinesi si ebbe dalla Corte di Assise in data 16 giugno 1984 nel procedimento cosiddetto “dei 69”, nel quale 37 persone vennero ritenute colpevoli del reato di cui all’art. 416 c.p. per essere appartenute fino al 5 agosto 1981 ad una delle due distinte e contrapposte associazioni delinquenziali affermate come operanti, all’epoca, nella città di Messina ed ai cui vertici si trovavano da una parte Costa Gaetano, inteso “facci i’ sola”, a fianco del quale aveva una posizione di prestigio Di Blasi Domenico, inteso “occhi i’ bozza”; e dall’altra Cariolo Placido e Rizzo Letterio, inteso “ u’ ferraiolo”.
Il 3 aprile 1987 andava a sentenza il secondo grande processo sulla malavita messinese, denominato dei “290”, nella quale venne riconosciuta la permanente vitalità nella città di Messina delle due associazioni denominate famiglia “Costa” e clan “Cariolo”; solo al clan “Costa”, tuttavia, venne assegnata la denominazione di associazione mafiosa ai sensi dell’art. 416 bis c.p. nel primo grado di giudizio.
La storica rivalità tra i due gruppi cittadini finisce con la “Pace di Volterra”, avvenuta nel penitenziario di quella città i primi giorni del giugno 1981 ed alla quale parteciparono, oltre al Costa che si trovava lì detenuto, anche Cariolo Placido, Leo Giuseppe, Valveri Sebastiano e Galli Luigi.
Finita la guerra Costa-Cariolo, si raggiunse un nuovo equilibrio e tutta la malavita cittadina si allineò sotto le direttive della famiglia Costa, che rappresentava una cabina di regia centrale per il coordinamento di tutte le attività illecite. A tal riguardo, un esponente di spicco come Marchese Mario, ha affermato, con riferimento al gruppo facente capo ai fratelli Rizzo ed a Pimpo Salvatore che: “è finita questa guerra [...] una volta che è finita ci siamo [...] mischiati uno con l’altro”. Solo Ferrara Sebastiano col suo clan è rimasto al di fuori di queste logiche strategiche.
Con gli anni e l'ambizione dei capi, vogliosi di conquistare autonomia ed indipendenza dal vecchio boss, si sviluppò l'idea di estromettere il Costa dalla gestione degli affari Messinesi.
L’esautoramento di Costa Gaetano maturò in carcere a seguito di riunioni tra i maggiorenti del clan, indicando nelle scarcerazioni del marzo 1987 il momento in cui i diversi responsabili del clan “Costa”, ottenuta la libertà, diedero attuazione alle determinazioni in precedenza prese in carcere e si posero a capo di propri gruppi autonomi. Così Rizzo Rosario ha affermato che “i gruppi si sono formati in carcere e quando i capi sono stati liberati per decorrenza termini potevano già contare su un proprio gruppo”.
Diventati indipendenti e formatosi un nuovo assetto mafioso la città fu divisa tra i seguenti quattro neoclan: Leo; Ferrara; Cavò - Marchese - Sparacio; Galli – Pimpo.
In un secondo momento, si acutizzo qualche attrito tra i vari gruppi, che sfociò in   scontri interni determinando nuove scissioni, anche a causa dei vari omicidi che destabilizzarono i precari equilibri precostituiti.

Le radici del contrasto sempre più acceso dei primi mesi del 1991, che aprirono una stagione impressionate a livello quantitativo di azioni omicidiarie, va ricercato nella contrapposizione tra Mancuso Giorgio e Rizzo Rosario, che gli si era alleato dopo l’uccisione del fratello Letterio, avvenuta il 23 febbraio del '91, e gli altri gruppi della criminalità organizzata messinese. Si è già osservato che se, per un verso, la consumazione dell’attentato segnò la nascita ufficiale dell’alleanza tra Rizzo e Mancuso, offrendo al primo la dimostrazione più convincente dell'amicizia e della determinazione del secondo, per l’altro l’attentato commesso a Giostra e diretto contro due tra gli elementi più rappresentativi del gruppo di Galli Luigi, costituì l’ulteriore manifestazione della pericolosità e della spregiudicatezza di Mancuso, qualità di cui egli aveva già dato prova in occasione dell’omicidio di Pippo Leo, commesso il 6 settembre 1990 all’interno dell’abitazione della stessa vittima, delitto che indusse i vertici dei gruppi della criminalità organizzata cittadina del tempo, Di Blasi Domenico primo fra tutti, ad abbandonare ogni remora e a progettare concretamente l’eliminazione di Mancuso Giorgio e di Rizzo Rosario.
L'evento più eclatante, in assoluto, che stravolse i vecchi equilibri, fu l'omicidio del boss Occhi 'i bozza. Il grave fatto di sangue avvenne il 15 maggio 1991 all’incrocio tra la centrale via Tommaso Cannizzaro e la via Protonotaro, nei pressi del negozio di elettrodomestici della ditta “Reluel”. Il Di Blasi era ritenuto uno dei principali esponenti della criminalità organizzata del tempo.
Mancuso dice che aveva percepito il pericolo ed aveva deciso di uccidere Marchese e Di Blasi, ritenendoli gli ispiratori del complotto ai suoi danni. È sempre Mancuso ad affermare: “La morte del Di Blasi scaturisce perché Di Blasi insieme ad altri ha attentato alla mia vita, io non ho ucciso Di Blasi per aiutare Rizzo Rosario, perché se loro volevamo ammazzare Rizzo Rosario potevano prenderlo quando volevano. Il Di Blasi è morto per essere stupido, per ritenersi superiore agli altri e per avere la convinzione che lui poteva fare tutto quello che voleva e gli altri dovevano solo subire le sue volontà”.
La consumazione dell’omicidio di Di Blasi Domenico, per il carisma ed il prestigio della vittima, ma anche per il livello criminale di coloro che furono immediatamente indicati come autori dell’omicidio, riuscì a scuotere in profondità gli equilibri interni alla criminalità organizzata messinese e a scatenare una violentissima e cruenta reazione, snodatasi nel corso di oltre un anno in una lunga catena di gravi fatti di sangue, l’ultimo dei quali è l’omicidio di Cunsolo Vittorio, avvenuto il 18 agosto 1992, che ha dato vita ad un’escalation senza precedenti nella storia più recente della città, per la platealità di alcuni episodi, per il numero degli obiettivi colpiti, per l’estensione temporale della rappresaglia e per il carattere sistematico e totalizzante dell’azione di annientamento intrapresa nei confronti di un intero gruppo criminale, la cui reazione, anche in conseguenza dell’arresto del suo elemento dotato di maggiori capacità organizzative, è stata pressoché inesistente se si eccettuano alcuni sporadici e timidi tentativi di fronteggiare l’offensiva dei gruppi avversari.
Le deliberazioni successive all’omicidio Di Blasi investono tutti gli affiliati ai gruppi “Mancuso” e “Rizzo”, anche coloro che si sospettano ad essi vicini, sebbene l’autentica novità sia rappresentata dal carattere totalizzante della strategia di annientamento perseguita, una lunga serie di delitti di omicidio e di tentato omicidio eseguiti fra maggio del 1991 e agosto del 1992.
Dopo la decisione all’unisono presa dalla cupola messinese, con l’ordine ineccepibile di eliminare interamente gli appartenenti al gruppo Rizzo-Mancuso, furono messe in atto particolari tecniche tipiche dei gruppi militari armati, tra cui appostamenti e pedinamenti, supportati da armi automatiche e giubbotti protettivi antiproiettile, con azioni coordinate tra più squadre coadiuvate tra loro da apparati radiotrasmittenti.   
Con l’uccisione, nell’estate del 1992, di Vento Giuseppe e Cunsolo Vittorio, due tra i pochissimi esponenti non detenuti del gruppo “Mancuso – Rizzo” ancora in vita, si esaurisce, secondo la concorde indicazione dei collaboratori di giustizia, l’azione di rappresaglia scaturita dall’omicidio di Di Blasi Domenico.
Alla lunga serie di fatti di sangue segue lo scenario introdotto dall’omicidio di Stracuzzi Antonino che è sicuramente nuovo ed estraneo alle dinamiche finora seguite, infatti quest’episodio apre una ulteriore ed altrettanto cruenta, anche se meno prolungata, fase dello scontro tra i gruppi della criminalità organizzata messinese.
L’omicidio, programmato come reazione all’aggressione subita, è lo strumento per la riaffermazione dell’egemonia sul territorio, la giusta opposizione ad una forza intimidatrice a cui dare risposta attraverso la soppressione degli esponenti della consorteria opposta, colpevoli di aver pregiudicato l’autorevolezza e il carisma della struttura criminale a cui è necessario rispondere col sangue per ripristinare il rispetto e il prestigio.
Da questi presupposti nascono le faide tra bande, caratterizzate dal principio di pubblicità, cioè dall’esibizione della violenza innanzi ai cittadini-spettatori, come, facendo un parallelismo con l’epoca medievale, le pubbliche esecuzioni di piazza che tendevano ad educare il popolo con la ferocia delle punizioni attraverso la paura.   
La platealità del delitto esprime la forza intimidatrice del gruppo nei confronti di un altro gruppo dotato di capacità e di mezzi similari, ma giova al contempo a produrre gli effetti sui propri associati e sul tessuto sociale circostante, generando nella collettività la sensazione di un potere pressoché invincibile e rendendola di conseguenza passiva ed omertosa. Non è difficile intendere le conseguenze che è destinata a produrre presso i cittadini l’esperienza del susseguirsi di episodi cruenti, che si intuiscono legati ad uno scontro in atto tra gruppi criminali e che avvengono in  zone centrali del territorio urbano, in pieno giorno o in orari compatibili con la presenza di numerosi passanti. Evidenziando, tra l’altro, l’inerzia dell’azione preventiva e repressiva delle forze dell’ordine che, a sua volta, avalla il sentimento comune di abbandono dettato dalla convinzione d’impunità dei colpevoli.
La percezione negativa, scandita dalla inefficienza e dall’inconcludenza dell’operato delle forze dell’ordine, impressiona la popolazione, favorisce l’idea di un potere contrapposto e dominante, allontanando, ancor più, il senso di leale collaborazione con le istituzioni che, inevitabilmente, alimenta l’omertà, la paura e la sottomissione. Questo è il meccanismo che provoca il crollo di fiducia verso le istituzioni barattandola con l'opera diretta e visibile delle bande criminali, che diventano punto di riferimento per gli abitanti dei quartieri periferici, trasformando incredibilmente l’Antistato in Stato.
La seconda parte della ricerca si concentra, invece, sugli aspetti economici in grado di fornire nuova linfa alle associazioni, cioè su quelle attività che costituiscono un sicuro ingresso di denaro e che permettono contemporaneamente di imporre la propria forza.
Tra i reati intesi ad affermare, a mantenere ed a rafforzare, attraverso l’uso della violenza, quelle condizioni idonee ad assicurare all’organizzazione criminale un potere di controllo sul territorio e un ingresso continuo di denaro, assumono un rilievo centrale le varie estorsioni esercitate sui commercianti. Non secondaria, è invece, l'attività di spaccio di sostanze stupefacenti, esercitata, come vedremo, in maniera scientifica con una complessa struttura di divisione dei carichi di lavoro e delle responsabilità.
L’essenza del metodo mafioso è l’esistenza di una forza intimidatrice, il gruppo malavitoso deve essere capace, infatti, per sua indole specifica, di incutere timore e di indurre soprattutto gli estranei, a comportamenti non voluti per scongiurare ancor più gravi conseguenze, le quali, anche se non esplicitamente prospettate, vengono percepite come naturale effetto di eventuali atteggiamenti contrastanti con i disegni o con le richieste del sodalizio. La forza di intimidazione deve derivare direttamente dall’esistenza di una struttura associativa e non da singoli episodi di violenza o minaccia posti in essere dagli associati. In pratica è la struttura e l’organizzazione che danno vita, a livello giuridico, al fenomeno Mafia. Da ciò, la diffusa percezione dell’esistenza e della forza del sodalizio produce l’assoggettamento omertoso delle vittime e non i singoli atti intimidatori attuati nei confronti di queste.
È evidente che qualsiasi associazione criminale, nel momento in cui si manifesta, è in grado di incutere timore e di provocare una qualche forma di assoggettamento nelle sue vittime. L’associazione mafiosa, però, deve essere capace di incutere tale timore in quanto tale, in forza di una fama di efficienza e capacità criminale acquisita nel corso del tempo per effetto del pregresso esercizio della violenza, senza aver bisogno di manifestarsi tangibilmente ogni volta. Purtroppo questi “parametri giuridici” erano presenti nel messinese già all’epoca della guerra tra i gruppi Cariolo e Costa, ma una poco incisiva azione della Procura accoppiata ad una non appropriata preparazione della magistratura giudicante peloritana non hanno permesso, in tempi brevi, di riconoscere il fenomeno mafioso e di combatterlo a dovere, per cui il quadro completo degli episodi avvenuti è palesato grazie alle testimonianze dei collaboratori che hanno colmato quel vuoto creato dalle macchinose e volubili indagini giudiziarie.
Tra gli altri numerosi business delle organizzazioni l’autore analizza e commenta anche le attività di minore importanza, quali la gestione delle bische, l'attività di usura e quella sporadica delle rapine, che però completano il quadro di violenza e terrore a cui è stata sottoposta la nostra città.
La ricostruzione dei fatti e delle caratteristiche del fenomeno mafia a Messina sono state ricostruite dalle dirette voci degli esponenti della vita criminale messinese, rintracciate ed estrapolate dai verbali di polizia, dalle testimonianze presso le aule di tribunale e soprattutto dalle sentenze dei principali processi, tra cui Peloritana I, Peloritana II, Peloritana III, Scacco Matto, Albatros, Giostra. Allo studio degli atti giudiziari si è affiancata l’analisi dell’ampia bibliografia esistente in materia, che è servita per inquadrare il caso Messina nel contesto delle più rilevanti teorie e riflessioni sul fenomeno criminale.
Infine, il lavoro è stato completato ed integrato con un'intervista all’ex boss del Cep, Sebastiano Ferrara (detto Iano), e con altre interviste ad appartenenti delle forze di polizia che avevano avuto un ruolo investigativo di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata messinese.
Peculiarità del Caso Messina è il “fenomeno” del pentimento di massa, infatti se in altre realtà territoriali la legislazione speciale è stata fondamentale per riuscire a scardinare quel muro d’omertà che fa da scudo agli avvenimenti mafiosi, a Messina
il fenomeno pentiti non è stato circoscritto a pochi collaboratori, ma è stato un fenomeno di portata generale che ha coinvolto praticamente tutti, ammaliati dalla possibilità di eludere il lento, ma duro, braccio della legge.  
Ancor oggi sono tanti i dubbi e le perplessità sull’onestà delle testimonianze rese, poiché viziate da incauti accordi tra i vari collaboratori, i quali stabilirono a tavolino chi proteggere e chi accusare. Errori eclatanti si segnalano anche nella gestione che doveva prevedere il divieto d’incontro tra i collaboratori che, invece,  “incredibilmente” venivano alloggiati nella stessa struttura ricettiva, o che, in alcuni casi, furono ufficialmente autorizzati dagli inquirenti ad incontrarsi.
Drammatica conseguenza del caso Messina, nonostante i tanti episodi chiariti e raccontati, è il conto in bianco lasciato alla giustizia, nessuno è stato chiamato a pagare, a saldare le proprie responsabilità. L’assurdo finale tragicomico, con l’ausilio generoso della vecchia legge sui pentiti, ha permesso a tutti i noti personaggi di ritornare “liberi”, con i beni dissequestrati, protetti e scortati verso una nuova identità, una nuova vita, forti della spensieratezza di non aver più nulla in sospeso...


 
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